Cambio di spam: dal Viagra al Gaming online

 

Eravamo abituati a vederci intasare le caselle di posta elettronica dalla pubblicità indesiderata sulla pillola blu. Oggi siamo invasi dallo spam sul gaming online, nella posta e nella vita. La prima parola che viene in mente è “pervasività” della comunicazione sul gioco d’azzardo: tv, internet, radio, manifesti, banner, coupon di offerte, email, cellulari…siamo sommersi da messaggi colorati ed invitanti che ci ricordano come la favola di una vita agiata, conseguita senza sforzi, sia sempre dietro l’angolo. Uno studio di Censis e Codacons del 2009 metteva in evidenza come, grazie alle nuove tecnologie, non siano più i giocatori ad andare nei luoghi adibiti al gioco (casinò, tabaccherie, circoli e bar) ma sia la scommessa ad andare incontro al giocatore, alle Poste, nei supermercati, in pizzeria (è recente la creazione di una pizza Superenalotto con cui si vince una schedina precompilata).

Se l’obiettivo della pubblicità è informare oltre che persuadere, è bene spendere due parole su come in questo settore le regole della trasparenza e della tutela del consumatore siano del tutto disattese. E se informare vuol dire trasmettere contenuti tecnici che mettano in guardia l’utente dai rischi implicati nel gioco d’azzardo, come dipendenza e possibilità di perdere una quantità imprecisata di denaro, persuadere significa istigare a compiere un’attività di cui si sottintenda – in maniera ipocrita – la facile vincita e la possibilità di controllare la sorte.
La legislazione vigente in materia di pubblicità definisce “ingannevole” il messaggio che, “riguardando prodotti suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei soggetti che essa raggiunge, ometta di darne notizia in modo tale da indurre tali soggetti a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza” (D.L. 2/8/2007, n. 145, art. 6), e in generale quelle pratiche commerciali che affermano “che alcuni prodotti possono facilitare la vincita in giochi basati sulla sorte”; mentre considera “aggressive” le pratiche commerciali che lascino “intendere, contrariamente al vero, che il consumatore abbia già vinto, vincerà o potrà vincere compiendo una determinata azione, un premio o una vincita equivalente, mentre in effetti non esiste alcun premio né vincita equivalente” (D.L. 2/8/2007, n. 146 art. 23-26). L’ingannevolezza del messaggio pubblicitario viene inoltre sancita dall’art. 23, primo comma lett. r) del Codice del Consumo, e definita a livello europeo dall’Articolo 2b della Direttiva 2006/114/EC.
Il Parlamento Europeo, nella risoluzione del 10 marzo 2009, chiedeva ai governi nazionali di introdurre misure contro la pubblicità aggressiva nei giochi online; in particolare esortava la Commissione (ai punti 28 e 29) “ad avviare uno studio sul gioco d’azzardo online e sul relativo rischio di dipendenza, considerando ad esempio in che misura la pubblicità contribuisce a creare dipendenza, […]; e ad esaminare in particolare il ruolo della pubblicità e della commercializzazione (comprese le dimostrazioni online gratuite dei giochi) in quanto fattori che incentivano, direttamente o indirettamente, i minori a giocare d’azzardo”. Nel libro verde pubblicato nel marzo 2011, la Commissione IMCO segnalava, tra i vari rischi connessi alla crescita del gioco online, quello di misleading advertising.
In taluni casi si è parlato anche di pratiche scorrette, come nel caso dei “lottologi” di Sky (2008), che promettevano vincite facili mediante consulenze (attraverso fantomatici calcoli di probabilità) fruibili attraverso i numeri in sovrapprezzo, prontamente sospese dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che ricordò in quel caso l’“assoluta aleatorietà” dei principi a fondamento dei giochi a pronostico, e dunque l’ingannevolezza di un messaggio pubblicitario teso “ad ingenerare il convincimento che tale alea possa ridursi grazie all’uso di particolari sistemi per l’individuazione di numero o di specifiche combinazioni di numeri vincenti”. Ingannevolezza aggravata dal fatto che i destinatari del messaggio pubblicitario non fossero degli esperti del settore, ma soggetti altamente “deboli”, allettati dalla prospettiva di guadagni facili e garantiti (su questo ed altri casi, ha scritto A. Gagliardi in Pratiche commerciali scorrette, 2009).
Pochi hanno divulgato le prime cifre di spesa per la pubblicità nel gioco d’azzardo (già 20 milioni di euro nel 2008), e suggerito delle soluzioni efficaci per una comunicazione più etica e trasparente, funzionale ad un “consumo” responsabile di gioco. Tra questi, Matteo Iori, presidente dell’associazione CONAGGA (Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’azzardo) di Reggio Emilia, che nel 2009 chiese al Governo, insieme al presidente dell’associazione ALEA, Gioacchino Lavanco, di adottare alcune migliorie legislative, per esempio sul modello svizzero, destinando il 5% degli introiti derivanti dal gioco d’azzardo alla ricerca, alla prevenzione e alla cura delle patologie derivanti dal medesimo (cifra che, al termine del 2011, in cui si prevede una spesa di 73 miliardi di euro, ammonterebbe a 350 mila euro!), o utilizzando parte delle vincite non riscosse.

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